Auto-educazione (Prima parte)

Da qualche settimana a questa parte ho il chiodo fisso dell’educazione dei piccoli. Anche perché vedendo tanta dolcezza nel mio bimbo non vorrei mai ritrovarmi un giorno con una “bestiolina scostumata” (passatemi il termine), a domandarmi dove possa aver sbagliato e se sia fuori tempo massimo per rimediare.

Il problema è che ho in mente una certa, seppure vaga, idea, ma mi risulta faticosissimo provare ad esporla, nel modo meno contorto possibile.

Cominciamo con una breve premessa. Tutto quello che penso, e di conseguenza scrivo, parte dall’osservazione attenta del mio piccolo orticello. Le mie riflessioni nascono dal rapporto che ho con il mio bambino, per cui non intendo scrivere di verità assolute, che valgano per ogni bambino ed in ogni dove, né tanto meno sono supportate da verità scientifiche. E siccome nella mia personalissima esperienza di madre l’unica verità scientifica attendibile proviene dal mio bimbo, è a lui che farò riferimento anche per questa riflessione sull’educazione, o meglio sull’auto-educazione.

Mi è capitato di confrontarmi tra me e me, anche perché non vorrei mai minare le convinzioni di nessuno, sui vari metodi educativi, visti applicare da altre madri. Da quelle aggressive, per non dire violente, che costringono i bambini a dire “Buongiorno”, Grazie” e “prego”, come se la buona educazione si esprimesse a parole, a quelle ultra-permissive, che in nome dell’assoluta libera espressione dei bambini (intesa erroneamente), mettono in giro delle “belve”, tanto tenere e buffe da piccine quanto sgradevoli da grandi.

In pratica sembra che ci sia una scelta di fondo che ci pone di fronte a due estremi: se li vogliamo educati allora è meglio che imparino il timore, invece se non vogliamo adoperare una politica del terrore dobbiamo convivere con il fatto che saranno dei maleducati.

In questi giorni ho pensato ad una terza via, che ne elimina completamente la prima (aggiungerei giustamente!), mentre della seconda accetta solo il rifiuto della paura come mezzo educativo.

Il punto di partenza riguarda, ancora una volta, il bambino stesso. In particolare il neonato, colui che consideriamo, sbagliando, una tabula rasa su cui imprimere le nostre convinzioni ed i nostri modi di intendere ciò che ci circonda.

Io credo che in realtà i bambini non si presentino a noi come delle tele bianche da farcire a nostro piacimento. Sono sempre più convinta che l’educazione, quella profonda del rispetto, della riconoscenza e non quella fasulla del dire “grazie” e “prego” sia innata ed è nostro dovere non inquinarla, ma coltivarla perché le sue radici non vadano perse nel calderone di ciò che è socialmente accettato e prescritto.

Mio figlio ha solo otto mesi e posso affermare che è meravigliosamente auto-educato. Sa dire “grazie” nella maniera più sincera possibile! (Per ora questo è quello che sono riuscita a capire io, essere socialmente inserito e a volte accecato, ma confido in una mia ulteriore apertura mentale.). Eppure non posso fare a meno di chiedermi dove abbia imparato le “buone maniere” (chiaramente messe in pratica a modo suo).

Nel mio piccolo sono arrivata alla conclusione che anche l’auto-educazione innata sia una questione riguardante l’istinto di sopravvivenza. L’intero universo animale si basa sul dare e avere, e così i nostri piccoli istintivamente mostrano riconoscenza, a modo loro, alle madri inizialmente, per stimolare ulteriori cure. Diventa spontaneo pensare che se un neonato viene accompagnato in questo atteggiamento naturale, poi si possa prolungarlo anche al di fuori del rapporto madre-bambino, con il papà, i nonni, la maestra, i coetanei.

Ciò non toglie che i pargoletti siano anche tremendamente dispettosi a volte, ma questo è un altro discorso e non c’entra molto qui, e comunque anche i dispetti non vanno presi come tali, ma hanno motivazioni più profonde.

Qui mi vorrei soffermare soprattutto su quanto ci sia di buono nei bambini e sull’importanza dell’aiuto da parte degli adulti nel riconoscere e aiutare lo sviluppo della natura, dell’istinto di un bambino ed è fondamentale che i genitori acquisiscano questa consapevolezza fin dai primi giorni di vita del bimbo.

Nessuno dice che i “grazie” ed i “prego” o il non ruttare a tavola (anche se mi diverto un sacco quando il mio lo fa!), non siano gesti importanti che favoriscono una buona interazione sociale, ma sono comunque atteggiamenti superficiali, fanno parte di un sapere acquisito. E se quella parte buona, la base naturale, la radice della nostra capacità interattiva viene atrofizzata da interventi esterni, il rischio è che si instaurino solo rapporti basati su atteggiamenti falsi, che sono (attenzione!) ugualmente strumentali quanto quelli innati, ma hanno il difetto di inserire il bimbo e poi l’adulto in un vortice di ipocrisia e a lungo andare diventa punto di riferimento per tutti i rapporti.

Lasciamo dunque piena libertà espressiva ai nostri pargoletti, aiutiamoli il meno possibile, incentivando o disincentivando alcuni tratti caratteriali, senza mai annichilirli del tutto (compresi i lati negativi) o andare ad intaccare profondamente quanto c’è di innato. I nostri figli non saranno mai come noi, avranno preferenze diverse e faranno scelte diverse e solo in una minimissima parte saranno il risultato delle nostre intenzioni. Non vuol dire certo che i ruoli vadano rovesciati o che i genitori debbano diventare dei pupazzetti nelle mani dei loro piccoli despoti. Compito dei genitori è quello di prestare attenzione, di rispettare e di avere fiducia, mentre compito dei bambini è quello di cogliere da noi lo stretto indispensabile per rafforzare e armonizzare l’innato  con l’appreso.

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