Viziati di contatto

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Al giorno d’oggi una delle pratiche più bersagliate dal senso comune, quasi alla pari dell’autosvezzamento e dell’allattamento prolungato, è il portare i propri figli sempre addosso.

Che sia in braccio, in una fascia, in una pashmina o in un marsupio (s’intende ergonomico), l’alto contatto che ne deriva, viene vissuto come fonte di vizio, sottomissione a quei despoti di figli nostri. Oppure, più semplicemente un atto barbarico, soprattutto per quanto riguarda la fasce, messo in atto da genitori incoscienti  ed egoisti che invece di preoccuparsi del benessere della prole preferiscono tenersi le mani libere.

Sul rischio soffocamento non mi soffermo affatto, qui vorrei concentrarmi più sui risvolti psicofisici che questa buona pratica ha su mamma e figlio. Per quanto riguarda la mia personale esperienza, esclamazioni quali “Ma com’è bravo!”, “Come sorride!” oppure “Oh, è così socievole!” non mancano mai. Allo stesso tempo però, vengo condannata dagli stessi ben pensanti. Frasi tipo “Qui ci vuole un bel passeggino” o “Dai, mettilo sul divano, poltrona, box, deve imparare ad essere autonomo!” sono all’ordine del giorno. Ma come? Non volevate un bimbo “bravo” (devo dire che sono all’ordine del giorno i casi di cronaca che vedono coinvolti bimbi omofobi, ladri ecc ecc), “sorridente” e “socievole”? Ora lo volete pure autonomo? Allora, da domani, perché non mandarlo in posta a pagare le bollette? Ovviamente parte del merito, lo ammetto, va attribuita anche all’indole, ma volete concedermi almeno il dubbio che possa trattarsi, seppure in minima parte, di una conseguenza dell’alto contatto?

Recentemente ho letto di una ricerca scientifica davvero carina. Si tratta di uno studio pubblicato su Current Biology, che ha spiegato come l’abitudine di passeggiare con i bambini in braccio (addosso) influisca sul loro comportamento. Basandosi sull’osservazione del battito cardiaco a riposo, cioè quando il bambino era sdraiato, e durante il movimento tra le braccia della mamma, l’analisi registrava una regolarizzazione dell’apparato motorio e di quello cardiaco in seguito alla presa in braccio e di conseguenza una maggior calma del pargoletto.

La ricercatrice Kumi Kuroda, che ha ideato lo studio, era partita dall’osservazione dei topi, accorgendosi di come questi smettessero immediatamente di agitarsi quando li prendeva tra le mani, in modo simile a come avrebbero fatto le loro madri. Da qui partì uno studio sui bambini di età inferiore ai sei mesi, confermando l’intuizione della scienziata. Esattamente come nel caso dei topi, anche nei bimbi la frequenza del battito cardiaco diminuiva quando le mamme prendevano in braccio i figli e camminavano con loro. Morale della favola? Pare che esista una sorta di comunicazione non verbale tra mamme e piccoli che ha a che vedere con l’evoluzione della specie e con la sopravvivenza. In situazioni di pericolo, la mamma-topo deve poter correre con il suo piccoletto addosso e quest’ultimo “sa” che deve stare calmo, fermo, per agevolare la corsa della madre.

Un esempio forse un po’ più vicino alle nostre capacità di accettazione ci viene dato dai bambini africani e aggiungerei io, anche dai rom. 

Una piccola osservazione della vita di un neonato africano, nato e cresciuto in Africa, insomma senza troppi influssi fuorvianti da parte del modus vivendi all’occidentale, mostra come questo pianga meno e all’origine di questa differenza sta tutto quello che può essere riassunto in un unico concetto: genitorialità ad alto (altissimo) contatto. E questo prevede, tra le altre, l’abitudine di portare i bimbi sempre addosso. Tutti noi abbiamo visto almeno una volta un documentario, una fotografia di una mamma africana, lavoratrice, con il bimbo in fascia sulla schiena. E chissà quale sarà stato il nostro primo pensiero? Scommetto che un po’ ci facevano pena quei bimbi sacrificati. Insomma, perché non mandare loro anche delle carrozzine insieme al latte in polvere?

Sicuramente, prima di diventare mamma e di scoprire gli enormi benefici di questa pratica, la pietà era anche la mia di reazione. Beh, niente di più sbagliato! Nelle culture con mamme portatrici, più in generale quelle ad alto contatto fisico, le coliche non sanno cosa siano, i bambini sono più socievoli, imparano ad affezionarsi più alle persone che alle cose e non subiscono la paura di essere abbandonati quando la mamma non è nei paraggi.

Per fortuna, per chi volesse intraprendere un cammino del genere, non c’è bisogno né di osservare i topi né di andare in Africa. La cultura del portare, perché di una vera e propria cultura si tratta, sta entrando sempre di più nella nostra quotidianità, la rete pullula di punti informativi e anche le città,  grazie a ostetriche illuminate, consulenti del portare e fascioteche cominciano a rendere questo stile di vita sempre più accessibile.

 

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